Esattamente un giorno fa Il Capoluogo riportava (sintassi e virgole comprese): “in arrivo altri soldi per la ricostruzione, si tratta di fondi Cipe per L’Aquila e i Comuni del cratere a più di 10 anni dal terremoto del 6 aprile. All’Aquila andrà la fetta più consistente, 428 milioni, mentre ai comuni del cratere ne andranno 284, e 40 agli altri”.

Nella stessa giornata, Rete 8 incalzava attraverso le parole del vice presidente della Regione Abruzzo Emanuele Imprudente: i fondi della città sarebbero al sicuro, raccomandati dalle intese precedenti la crisi di Governo.

E’ più che legittimo annaspare in questo paradosso ormai in voga da una decina d’anni: il termine “ricostruzione” sta assumendo dei caratteri sempre più altalenanti e poco sostanziosi, quasi fosse una metafora più che vigente nella quotidianità aquilana. Il “cittadino medio” tende a porsi sempre meno domande, in balia di un “backstage” sconosciuto; dietro le quinte, infatti, la politica del capoluogo accusa malamente le angosce del paese e si da ad un attonito silenzio.

Il Consiglio comunale, come già sottolineato più volte, è attualmente allo sbando, vittima di opinioni e decisioni contrastanti – nonché sprazzi di “frivolezza”; la mancata cooperazione non crea alcun tipo presupposto atto a guardare il cittadino negli occhi, senza imbarazzo o scuse. Da anni sentiamo parlare di fondi spariti, esauriti, poi congelati, adesso al sicuro; la voce del popolo si mescola con la mancata presa di posizione dell’amministrazione locale. Qual è la verità? Quale non lo è? Sembra quasi essere vittime di un gioco a cui è veramente difficile prendere parte, causa una moltitudine di “regole non scritte”.

Sembra ieri che si discuteva dei fondi ricavati dal progetto Amiche per l’Abruzzo, anch’essi in balia di voci di corridoio e segnalazioni poco chiare. Congelati? Parrebbe di si. E’ anche vero che il centro storico è praticamente spaccato in due: tra edifici pubblici e privati, è difficile ipotizzare un ciclo veloce di recupero, tantomeno contare sulla ricerca di investitori. Eppure i soldi sono lì, come una sorta di maledizione. Alcuni felicemente stanziati, altri invisibili, quanto potrebbe esserlo una divinità.

Piuttosto ambiguo trattare e ritrattare un argomento che riguarda la vita delle persone, la loro esistenza in funzione di abitazioni, piazze, la qualità di vita che solo parzialmente hanno recuperato; ambiguo il fatto che una simile problematica diventi continuamente oggetto di “gossip”, dai risvolti poco chiari, mercificata e calcificata nella mente delle persone. Chiamarla “maledizione” è quasi un complimento.

Paradossalmente sarebbe più sano e meno deleterio evitare di sentirne parlare tutte le volte; osservare invece come, pezzo per pezzo, il centro storico prenda forma. Già questo lo si potrebbe considerare quasi un miracolo.
Ed infatti le nostre chiese sono state sistemate quasi del tutto; varrebbe la pena, invece, accendere un cero per le scuole.

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