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Que pasa en Cuba

Una riflessione di Graziano Bartolini, fotografo e giornalista free-lance sull’isola del Caimano, una realtà quella di Cuba in verità molto speciale, dove i processi di cambiamento avvengono con una velocità “molto lenta”.

Graziano Bartolini è un profondo conoscitore della realtà sud-americana ed i suoi numerosi viaggi lo portano a conoscere e documentare le contraddizioni di un continente giovane dove enormi ricchezze e grandi povertà vivono sotto lo stesso cielo ma non condividono le stesse opportunità.

Dice di se: “Ho iniziato a fotografare con l’intenzione di raccontare storie. Storie visive che anzitutto mi avevano aiutato a crescere, a capire e confrontarmi con donne e uomini vicini o lontani da dove vivevo la maggior parte del mio tempo. Poi passano gli anni e ti accorgi che raccontare agli altri il tuo modo di vivere delle esperienze che – se non cambiano la tua vita e il modo di viverla, senza ombra di dubbio la rafforzano- diventa una scelta, una specie di filtro fra le storie che si raccontano e le emozioni vissute in quei momenti.”

“Iniziai a percorrere le strade di Cuba più di trentadue anni fa. In tutta onestà mi sarei aspettato, a prescindere da tutto, che dopo tanto tempo fossero cambiate più cose.

Le rivoluzioni si chiamano tali, se hanno il coraggio di mettersi in discussione, di non giustificare errori ma ammetterli, di evidenziare le tante cose che non funzionano al posto delle poche vittorie.

Scrivo questo con dispiacere, e mi preme sottolineare che nonostante tutto, è preferibile esportare medici preparati in tutto il mondo (come fa Cuba), invece di vendere armi (Stati Uniti e molti altri paesi fra cui l’Italia) che sono causa di guerre, per poi inviare le cosiddette “forze di pace”.

Que pasa en cuba, di Graziano Bartolini

Cuba sta uscendo, con fatica dall’incubo del Covid-19. Ma con effetti che hanno causato e causeranno gravissimi problemi alla precaria economia dell’isola.

Nonostante il sistema di Salute Pubblica si sia fortemente deteriorato negli ultimi 30 anni, è comunque stato capace di organizzare un adeguato sistema per contrastare la diffusione del virus, unito a drastici provvedimenti come quello di sospendere i trasporti pubblici nella sua totalità per alcuni mesi.

Le recenti elezioni negli USA, nonostante l’ottimismo molto cauto, sono state analizzate a Cuba con i soliti commenti ironici ma comunque positivi.

Anche perché lo sanno tutti, o meglio lo sappiamo tutti che, salvo improbabili cambi repentini della loro politica estera gli Stati Uniti, avranno lo stesso atteggiamento politico dominante, e in larga misura gli stessi rapporti con i paesi latinoamericani, Cuba compresa.

A prescindere dal messaggio incoraggiante che Biden ha inviato a Diaz-Canel nel volere ristabilire rapporti amichevoli che Obama aveva (!) iniziato o finto di farlo.

A prescindere dal fatto che la grande maggioranza dei cubani della Florida ha votato per Trump.

Quegli stessi cubani della Florida, che con i loro invii di denaro ai parenti nell’isola, dopo i “medici in affitto” inviati all’estero (come in Italia nella scorsa primavera) sono la seconda entrata di “moneda fuerte”, di cui Cuba, oggi più che mai ne ha tremendamente necessità, dato che la “terza entrata”, il turismo, dopo un breve periodo di apertura dal 30 giugno, visti i buoni risultati nel contrastare la pandemia del Covid-19, è stato ancora messo al bando con la nuova chiusura.

Una chiusura che ha dato i suoi risultati, visto l’abbassamento che si avvicina allo zero di nuovi casi. Ma contemporaneamente ha contribuito a mettere in ginocchio la precaria economia, visto che il 30% delle entrate arrivano da questo settore economico.

Biden nei confronti di Cuba, con i tempi lunghi anche dettati dalla pandemia, attuerà quelle misure destinate ad eliminare tutti gli inasprimenti della Helms-Burton (istituita dal “democratico” Clinton), come la riduzione di rimesse in denaro ai parenti sull’isola, o il Titolo III di questa legge, atto a sanzionare tutte quelle compagnie straniere che utilizzano proprietà statunitensi che il governo cubano confiscò all’inizio degli anni ’60. Biden attuerà queste misure, o forse neppure queste.

Non proverà neppure ad iniziare uno smantellamento di un embargo ignobile che da sessanta anni grava sulle fasce più deboli della popolazione; non citerà neppure una volta che l’emendamento Platt dopo un secolo è scaduto dal 2003, e che la Base di Guantanamo, sul territorio cubano dovrebbe essere smantellata restituendo quei 120 chilometri quadrati ai suoi legittimi proprietari…. Ma come tutti gli altri presidenti, non farà nulla di tutto questo.

Oltre alle elezioni negli USA, ed al Covid-19, altre misure adottate dal governo cubano negli ultimi tempi, stanno castigando fortemente la precarietà della vita quotidiana dei cubani.

Dal luglio scorso, sono entrate in funzione dei punti vendita di vari prodotti, quasi tutti alimentari o di uso familiare, distribuiti in tutta l’isola; sono poco più di settanta.

Sono le “Tiendas MLC”, presentate come un nuovo sistema per la vendita di prodotti difficilmente reperibili e destinate a fare scomparire la doppia moneta a Cuba, i famigerati CUC (Peso Cubano Convertible), in vigore dal 1994 (quando Fidel Castro annunciò la loro creazione disse che era per un “breve periodo di tempo”), che dal 2011 hanno lo stesso valore del dollaro americano, ma con il pagamento di una imposta del 10% quando si cambiano in Euro o Dollari.

In queste Tiendas MLC si vendono prodotti a prezzi insostenibili per i salari cubani, e ci si può accedere ed acquistare solamente con carte di credito rilasciate a conti correnti con moneta straniera (Euro o Dollaro).

Il governo cubano ha giustificato questo nuovo sistema di vendita, per trovare nuove vie di reperibilità di “moneta forte”.

Generalmente in questi negozi i prodotti in vendita, paragonati a quelli che comprano i cubani, si possono definire articoli di gamma medio-alta, e già questo evidenzia chi entrerà a fare acquisti in questi negozi MLC.

Entreranno solamente quei pochi cubani che hanno la fortuna di avere ottime retribuzioni lavorando nel settore del turismo, e le classi privilegiate, come i politici, gli artisti, musicisti e sportivi, oltre quelli che ricevono rimesse dai parenti all’estero.

La spinta a reperire moneta forte è anche legata al fatto che Cuba per il suo fabbisogno interno, deve importare quasi il 70% di prodotti alimentari.
Nell’esistenza in generale di una scarsa produzione agricola, le fattorie private hanno superato nella produzione quelle statali.

Solamente in poco più di dieci anni, da quando la legge consente di potere lavorare in proprio i piccoli appezzamenti di terreno, gli agricoltori privati, nonostante le difficoltà per le scarse attrezzature nel lavorare i loro terreni, ancora in larga misura molto meno estesi di quelli statali, producono fra il 70 e l’80% del prodotto nazionale di frutta, verdura, legumi e cereali. Questo per sottolineare come la piccola impresa privata, se stimolata può produrre quanto Cuba ha bisogno per il suo fabbisogno interno, mentre ancora oggi, deve rifornirsi in una percentuale astronomica con prodotti di importazione.

Quindi Cuba, si appresta a divenire un “nuovo stato socialista” dove non tutti sono uguali, (come lo erano prima?) o comunque dove non tutti hanno le stesse possibilità.

In fondo certe disparità erano sempre esistite, ma con queste nuove misure, si potrà solo assistere alla creazione di un baratro fra le diverse classi dei cubani.

Sarà una nuova borghesia, sarà un “socialismo capitalista” alla cinese o alla russa?

A me tutto questo fa ricordare un treno, con la locomotrice un po’ vecchia alla quale sono agganciati diversi vagoni obsoleti che causano rallentamento alla velocità del treno.

Ma è un treno che si muove, nonostante tutto, che avanza lentamente cercando di non lasciare nessuno indietro.

Ma ora, se paragoniamo questo treno alla attuale storia cubana, sembra che si sia deciso di sganciare qualche vecchio vagone, perché il treno possa aumentare la sua velocità. Credo che a Cuba stia succedendo questo.

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