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Lo Statuto dei Lavoratori: 50 anni di diritti e libertà

Statuto dei lavoratori: “Abbiamo il dovere di difendere le libertà democratiche e i diritti sindacali che sono legati alla questione del pane e del lavoro; abbiamo il dovere di difendere i diritti democratici dei cittadini e dei lavoratori italiani, anche all’interno delle fabbriche.

In realtà oggi i lavoratori cessano di essere cittadini della Repubblica italiana quando entrano nella fabbrica. Il lavoratore è un uomo, ha una
sua personalità, un suo amor proprio, una sua idea, una sua opinione politica, una sua fede religiosa e vuole che questi suoi diritti vengano rispettati da tutti e in primo luogo dal padrone.

È per questo che noi pensiamo che i lavoratori debbono condurre una grande lotta per rivendicare il diritto di essere considerati uomini nella fabbrica e perciò sottoponiamo al congresso un progetto di “Statuto” che
intendiamo proporre…omissis…”. Giuseppe Di Vittorio («Lavoro», 13 dicembre 1952). 


Non sarà una celebrazione ordinaria quella dei 50 anni della Statuto dei Lavoratori, come non è stata ordinaria l’epoca in cui nasceva.

Erano anni di grandi trasformazioni sociali ed economiche, di grandi conquiste sindacali. Nel marzo del’69 CGIL CISL e UIL siglano con Confindustria l’accordo per il superamento delle gabbie salariali.

Nel contratto dei metalmeccanici del 21 dicembre del 69 il sindacato riesce a coniugar importanti miglioramenti retributivi e la riduzione dell’orario di lavoro a 40 ore con processi normativi che rafforzano la dignità, la libertà e la partecipazione dei lavoratori in fabbrica, anche attraverso l’esercizio del diritto di assemblea.

Si veniva dagli anni in cui la classe lavoratrice aveva trovato nella lotta della Resistenza la via della sua unità.

Una lotta magnifica che vide la classe operaia impegnata in
scioperi di massa e che diede una impronta indelebile ed originale alla stessa Resistenza.

Per i lavoratori la liberazione non significava soltanto la liberazione da un
regime fascista e totalitario, significava soprattutto liberazione da ogni sopraffazione, da ogni privilegio e da ogni arbitrio padronale.


Erano anche gli anni in cui la nostra democrazia subiva un attacco senza precedenti, infatti a poche ore di distanza dall’approvazione del Senato in prima lettura dello Statuto dei Lavoratori, si consumava a la strage di piazza Fontana e cominciava la strategia della tensione come reazione al movimento operaio e studentesco, nel pieno dell’autunno caldo.

Il lungo iter politico e giuridico in tema di Statuto dei Lavoratori inizia fin dal 1952, con il terzo congresso della CGIL e con la presentazione da parte di Giuseppe Di Vittorio del progetto di uno statuto dei diritti e della dignità dei lavoratori nell’azienda.

“La Costituzione entra in fabbrica”, così l’Avanti il 20 maggio del 1970 salutava l’entrava in vigore dello Statuto dei lavoratori, riconoscendo che è nella carta costituzionale che sono garantiti i diritti inviolabili dell’uomo, sia come individuo, sia nelle formazioni sociali.

Lo Statuto dei Lavoratori, che come la Costituzione nasce da una lotta per il riconoscimento dei Diritti, nel 1970 indica nel lavoro equamente retribuito lo strumento per quella pari dignità sociale e, quindi, la via per l’assoluzione di inderogabili doveri di solidarietà politica, economica e sociale.

Principi di libertà, uguaglianza, solidarietà incardinati nell’atto fondativo della nostra Repubblica cinquant’anni fa furono trasmessi e riconosciuti in tutti i luoghi di lavoro grazie allo Statuto dei Lavoratori.


A distanza di mezzo secolo molto è cambiato, dalla nuova frammentazione del mondo del lavoro alle nuove forme di sfruttamento.

Si sono susseguiti anni di politiche liberiste che hanno colpito il lavoro e quella solida struttura giuridica voluta dallo Statuto.

Con diversi provvedimenti normativi i Governi hanno provato a smantellare la portata innovativa voluta dal legislatore nel 1970, dal Jobs Act alle varie forme di precarietà, passando per i voucher lavoro, per il lavoro a chiamata, intermittente, a prestito e via discorrendo fino ad una insopportabile condizione di compressione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici e ad un peggioramento delle condizioni di vita e
di salario.


Dobbiamo ricostruire il mondo del lavoro partendo dalla Carta dei Diritti Universali, la proposta di legge avanzata dalla CGIL che ha visto la sottoscrizione di oltre un milione e mezzo di lavoratrici e lavoratori. E’ nostro compito riscrivere un nuovo Statuto dei Lavoratori affinché si possano riconsegnare diritti e dignità a lavoratori e lavoratrici.


L’emergenza sanitaria che abbiamo di fronte ci deve far riflettere sulle tante necessità del Paese, sul ruolo strategico che lavoratori e lavoratrici hanno per la sua tenuta economica e democratica.

Va ripensata una nuova organizzazione del lavoro che parta dalla salute e dall’ambiente.

È volontà della CGIL preservare ed estendere a chi oggi ne
è privo quei diritti fondamentali riconosciuti dalla Statuto dei Lavoratori del 1970 Sono diritti inderogabili e universali, come il diritto ad un salario equo e proporzionato, il diritto alla sicurezza, il diritto al riposo, il diritto alle pari opportunità,il diritto alla formazione ed alla libera espressione.

E dobbiamo difenderli sempre, senza mai abbassare lo sguardo, senza distrarci perché sono stati conquistati con la lotta e con la passione degli anni in cui si cercava di costruire un Paese migliore dove cittadini e cittadine, soprattutto il lavoro, potessero sentirsi protetti contro le forze
predatorie del capitalismo.


Al lavoro e alla lotta!
CGIL della Provincia dell’Aquila

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