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L’Aquila, Coronavirus: l’esperienza della doppia zona rossa

A volte, il senso di déjà vù è davvero strano.
Supermercati presi d’assalto, zone rosse, ospedali sotto assedio…roba già vista; certo, forse con qualche dettaglio in più, ma non si può dire, in parte, di non esserci già passati. Parlo, ora come ora, da puro e semplice aquilano, ma da aquilano di 27 anni; come tale, tesoriere di un
piccolo fotogramma ed una manciata di sensazioni legate a quella che fu l’esperienza del terremoto.
Il 6 aprile 2009 fu un anno importante. Da 17enne, conservavo la mia vena adolescenziale e mi affacciavo ai primi cardini della maturità; nel vedere una città dall’assetto distorto, parziale, appena accennato nella sua compostezza, passavo le giornate come meglio potevo – tra una scossa di assestamento e l’altra. Inizialmente, il centro era off-limits e il numero dei
morti veniva aggiornato di giorno in giorno.
Nessuno mi spiegò cosa volesse dire essere alla mercé delle calamità naturali; lo imparai con gli anni, vivendo sulla mia pelle la quotidianità di un centro storico inesistente.

E non ero neanche fra quelli messi peggio, non c’è che dire.
Oggi la zona rossa è nazionale, ma a L’Aquila non è cambiato granché: poca gente prima, poca gente oggi; forse un po’ meno, ma chi, in contesti ordinari, se ne sarebbe accorto?
Personalmente, vivo la mia quarantena con assoluta tranquillità, anche se non disdegno le preoccupazioni più classiche; d’altronde, nessuno sa realmente quanto ancora dovremo sottostare a tale condizione domiciliare: da questo punto di vista, forse qualche differenza c’è.

Ciò che maggiormente preme, a noi italiani, è conoscere le tempistiche dei recenti avvenimenti, anche se resta una richiesta piuttosto azzardata – per ora.
Poiché, per quanto sia sacrosanto il concetto di “abitudine alla zona rossa”, la voglia di uscire resta viva; e per chi non l’avverte, resta vivo il desiderio di averne la sola libertà di pensiero.
L’Aquila, oggi come mai, è vuota e non ci sono rassicurazioni che permettano di auspicare un immediato ritorno alla normalità; forse, non sarà altre sì possibile rinnovare la propria
partecipazione alla fiaccolata, in occasione dell’anniversario 2009.
Mi rendo conto che per molti questo sarà un dolore, ma non vi crucciate: alzare gli occhi al cielo, tra le mura di casa propria, ha un altro sapore e, forse, un altro genere di serietà.

Ora come non mai, tengo il conto dei giorni che passano e il deserto di quel Duomo mi sembra un lontano miraggio. Eppure, la mia città è a pochi passi, con i suoi quattro locali, la sua piazza sgangherata e il panorama vista gru. Quanto tempo passerà prima di potermi annoiare nuovamente, tra una “vasca” in centro e l’altra? E quanto tempo ripasserà prima che mi rinchiuda in casa, di mia spontanea volontà?

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