CronacaCultura

Goffredo Civitarese, il pittore del realismo magico.

di Guido D’Urbano

Goffredo Civitarese, pittore, classe 1936, scomparso qualche anno fa, è stato uno dei massimi esponenti del figurativo.

Discendente d’una importante famiglia ortonese, pescarese d’adozione, Civitarese ha tessuto per oltre  quarant’anni  la trama d’un percorso culturale ed artistico di grande rigore che lo ha portato alla considerazione della critica nazionale  e alla notorietà presso un vasto pubblico. 

Innumerevoli sono le collettive e le personali realizzate in Italia e all’estero, così come le recensioni e le pubblicazioni che parlano di lui.

Civitarese è stato un autodidatta. 

Goffredo Civitarese

Dopo gli studi liceali non ha frequentato  accademie o botteghe artigiane, anzi, ancora giovanissimo ha dovuto iniziare una normalissima attività d’impiegato d’azienda, in quanto le risorse di famiglia, con la prematura morte del padre ingegnere, si erano col tempo prosciugate.

Ma la passione per l’arte, seconda solo a quella per il jazz e la musica brasiliana, che esegue magistralmente con la chitarra, divampa: iniziano così le  partecipazioni alle estemporanee regionali, ai concorsi di paese, con famiglia al seguito, nei quali si fa festa in allegria  e si vince un premio acquisto o il cesto con prosciutto e pecorino.

E’ una palestra importante, perché l’artista deve realizzare l’opera in poche ore, prendendo spunto da un soggetto che rinviene sul posto: un paesaggio, un monumento, una piazza…ci vuole colpo d’occhio, mano brillante e rapidità d’esecuzione.

La perizia acquisita e il lavoro sul talento innato aprono la strada aiconcorsi nazionali, con sempre crescente successo di piazzamenti e critica e alle prime esposizioni collettive e personali. 

Acquisita consapevolezza dei propri mezzi, abbandona l’impiego e si dedica completamente alla pittura spaziando, in una prima fase, in tutti i generi, per approdare infine al figurativo.

Un figurativo particolare, fatto soprattutto di figure femminili esotiche, sontuose nella loro bellezza e nella sfavillante ricchezza ed eleganza degli abiti e degli accessori, colte in un’immobilità ieratica che le proietta in una sorta di Macondo.

Per dirla con García Márquez, senza tempo  e senza spazio, nonostante la effimera presenza di oggetti della quotidiana modernità.

Come dire che la bellezza e il bello attraversano le epoche e lo spazio senza contaminarsi, lasciando all’uomo il compito di coltivarli.

Queste le mie emozioni sfogliando uno dei suoi cataloghi, ritrovato nel sistemare la libreria di casa e nel quale la sua bella firma chiude la consueta, affettuosa dedica.

Ma chi ha avuto la fortuna di conoscerlo sa che ogni tentativo di accostamento del suo stile a questa o quella corrente pittorica, così come i colti riferimenti letterari, lo avrebbero serenamente lusingato, ma nulla più.

Lui avrebbe detto con la consueta franchezza, di aver sempre dipinto ciò che sentiva bello e che Macondo non sapeva neppure  dove si trovi…

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