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Giorno della Memoria: il tasto dolente che non siamo disposti a toccare

Quando si parla di “percezione storica”, apriamo un discorso complesso, il cui significato non si esaurisce in un solo significante.
In primis, ci si riallaccia al concetto di “coscienza storica”, grazie alla quale l’essere umano comprende e contestualizza quanto accaduto in un determinato episodio passato; la procedura, all’insegna di un principio etico, ci insegna quanto sia fondamentale conservare il ricordo per poter scrutare meglio il presente.

In secondo luogo, assecondando il medesimo principio etico, impariamo dagli errori: comprendiamo che ciò che è stato è avvenuto per un determinato motivo e che, in teoria, non dovrebbe ripetersi.
Parliamo di una forma di insegnamento piuttosto semplice da interiorizzare, ma che, a livello pratico, presenta numerose insidie.

Per avere una buona percezione – e coscienza – della storia, è necessario che la sua eredità non venga persa nei meandri del flusso temporale: il fatto che passino dieci, cento, mille anni non sminuisce certo il suo contributo concettuale, ma piuttosto enfatizza quanto possa essere funzionale.

Entra così a far parte della tradizione; il Giorno della Memoria è uno dei numerosi esempi compresi in questo insieme: una semplice data, preceduta da un’importante pagina della storia globale. Il peso di questa data non può riportarci indietro, perlomeno non tutti; non possiamo ricordare qualcosa che non abbiamo vissuto, ma al contempo non lo sviliamo, proprio per quel processo di ereditarietà sovrascritto.

Il Giorno della Memoria è un peso sulla coscienza, soprattutto per le generazioni attuali; un ricordo dalla portata incomprensibile: puoi leggerne a riguardo, studiare su di un libro o un saggio, puoi anche semplicemente guardare un film.
Nessuna di queste procedure, però, compenserà mai la mia – e di altri – assenza in quel preciso contesto storico.

Dunque, dare per scontata l’importanza di un giorno è abbastanza semplice, poiché, inavvertitamente, non possiamo attribuire un peso eccessivo, eclatante a ciò che non viviamo.
Potrà sembrare al lettore una sorta di giustificazione; un modo per accettare l’atteggiamento egoistico per cui non vi è obbligo nel dare valore a quel 27 gennaio 1945.

In realtà, la motivazione è di natura cognitiva, matematica si potrebbe dire.
La stessa motivazione per cui non riusciamo a provare una sacrosanta empatia per un bombardamento in Siria o per la devastazione ambientale in Australia; perfino chi prende a cuore accadimenti simili, non toccherà mai con mano quel senso di dolore, angoscia, impotenza che si riscontrerebbe in situazioni del genere.

Crudeltà? Egocentrismo? Cinismo? Sono termini vuoti e certamente non spiegano ciò che realmente accade al nostro cervello, ma che invece rientrano in quel complesso vocabolario del (pre)giudizio sociale.
Ora, non c’è dubbio che un minimo di curiosità, comprensione puramente teorica degli argomenti resti un traguardo possibile a chiunque; non sono qui per sottovalutare un crescente disinteresse della società contemporanea per i problemi del mondo.

Al contrario, offro una chance di comprensione: quando si parla di Giorno della Memoria non ci si riferisce esclusivamente all’evento storico a sé stante, quanto all’occasione di non commettere i medesimi errori.
La tradizione è l’espressione universale di qualcosa che deve perdurare, trovare il suo apice nell’educazione e attenzione del popolo; valicare l’ostacolo cognitivo di una mancata empatia è quasi impossibile e sarebbe altrettanto egoistico pretendere reazioni fasulle da chi ci ascolta.

Al contrario, cambiare i toni, la comunicazione necessaria a divulgare un contenuto concettuale rilevante è l’espediente più azzeccato.
Forse, oggi come oggi, ricordare per un solo giorno non è più sufficiente, né sarebbe utile infarcire forzatamente le giornate di memorie e drammi storici; tuttavia, dare adito differente alle testimonianze, i racconti dei sopravvissuti, divulgarle in modo più schietto, potrebbe essere la soluzione.

Non come un triste giorno, non come una data da non dimenticare, ma come quella data che non va dimenticata perché parte di noi; parte di chi era presente e di chi non c’era, parte di quel flusso di eventi storici che oggi ci completa e ci rende quello che siamo; comprendere che ogni scherno o dimenticanza efferata di quel ricordo è come togliere un tassello a quel puzzle sconfinato che è il mondo.

Ciò che era ieri è anche oggi, attraverso nuove forme, nuovi slanci comunicativi, ma parto della medesima sostanza; un collage di cui noi non siamo solo ereditieri, ma ingranaggi integranti; l’olio motore che lubrificherà e colmerà le lacune del futuro.
Prendere coscienza di essere parte di questo mondo, lo so, non è semplice: oramai, tutto ciò che viviamo scorre via sotto il nostro naso; ogni giornata, fatto di istanti tanto microscopici da sembrare inutili.

Eppure, in quel servizio del tg, quando ho visto i volti di quei pochi sopravvissuti ad Auschwitz oggi rimasti, ho capito; quando ho visto con quali occhi guardavano il muro della fucilazione, mi è sembrato di percepire i loro ricordi. Erano parte di questo, conservano le immagini indelebili di un evento al di là di ogni immaginazione.

La mia non è pietà, non è tristezza, non certo empatia per qualcosa che, per mera coincidenza, non ho mai vissuto.
La mia è semplice interpretazione: li guardo, comprendo e taccio.
La storia serve solo a questo.

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