Per chi non ha avuto modo di conoscere Andrea Camilleri o la sua scrittura, difficilmente avvertirà la gravità della sua morte, soprattutto per una questione di percezione storica; più che giusto avere qualche dubbio, se non lo si è mai affrontato: Camilleri è lo scrittore che ha raccontato l’Italia, che attraverso i suoi libri ne ha riportato una fedele immagine. E’ lo scrittore del dialetto, la cui perfetta costruzione linguistica gli ha permesso quel famoso “mash-up” tra siciliano e italiano “corretto”; un marchio di fabbrica che lo ha reso apprezzato in un paese in cui vige (mascherato) un forte nazionalismo.

In tanti rispettavano il suo volto critico, forse ancor più della facciata da scrittore pungente; in tanti lo chiamano “maestro” e lo fanno senza difficoltà, perché con certe figure risulta facile e decisamente appropriato. Inappropriati sono invece i commenti riportati su alcuni giornali, tra chi non riesce a vedere al di là della sua dialettica schietta e chi lo accusa di esser stato tendenzioso, di parte – argomentando ipocritamente con un’analisi tutt’altro che neutrale.
Ma si sa: questo è il “bel paese”; questo è ciò che lascia Camilleri, colpevole solo di essersi schierato verso ciò che, eticamente e ontologicamente, sentenziava il vero ed il giusto.

Paradossale raccontare della sua figura in un contesto storico così gretto ed attualmente instabile; il completo opposto di un paese rispettoso, amante della cultura che tanto professa. Tanto vile da avvolgere il suo ricordo con insulti sul web, qualunquismi politici e accanimento gratuito; tanto bigotto da “meritarsi” l’elogio post mortem di oppositori ben noti del calibro di Matteo Salvini, atteggiamento che lascerebbe l’amaro in bocca se non ci fossimo così abituati.

La realtà più amara è l’eredità che Andrea Camilleri ci lascia: un forma di cultura oggi estranea al modus operandi italiano; un’ideologia, più che politica, umana e sentenziosa nei suoi aspetti più morali. Così come fu per Dario Fo, le stereotipo qualunquista e populista del “medio” cittadino fa molto più rumore di qualsiasi apprezzamento o complimento dovuto, verso un portatore così sano della buona cultura. Non è mai mancata la gente che lo amasse e le dimostrazioni sono arrivate più di una volta; eppure, una pesante fetta del “bel paese” preferisce barattare l’espressione artistica ed il buonsenso con la volgarità, rassegnandosi all’ennesima prospettiva di un futuro invalido.

L’eredità di Andrea Camilleri pesa come un macigno sulla coscienza, la responsabilità di avere l’ennesimo esempio di cui vantarsi con una foto su Facebook o un articolo critico (come il presente), ma senza alcuna cognizione di causa o quel minimo di umiltà.
E l’Italia arranca ancora una volta.

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