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25 aprile, perché ricordiamo i IX Martiri a L’Aquila: una storia di coraggio e Resistenza ancora da chiarire

Cos’è successo a L’Aquila durante la Resistenza? Chi erano i IX Martiri, i giovani antifascisti che vennero assassinati il 23 settembre del 1943? In occasione del 74° anniversario della Liberazione andremo ad approfondire un pezzo di storia aquilana che non deve mai essere dimenticato. Soprattutto in un’epoca in cui la memoria della Resistenza si sta perdendo.

Quando a L’Aquila si parla di Resistenza e di 25 aprile, il pensiero va immediatamente ai IX Martiri aquilani, quei giovani che il 23 settembre 1943 persero la vita, diventando protagonisti della nostra Storia recente.

Una vicenda che sta a cuore a tutti gli aquilani, che ogni anniversario della Liberazione celebrano i nove giovani eroi del periodo più buio dell’Aquila e dell’Italia intera.

Ripercorriamo gli eventi che portarono all’eccidio del 23 settembre attraverso le testimonianze di parenti e studiosi, che nel corso degli anni hanno cercato di fare luce sulla strage di questi innocenti, con tanti interrogativi ancora da chiarire.

L’Aquila, la Resistenza e i IX Martiri

Partiamo da una data cardine per la storia della Resistenza, il 12 settembre del 1943. Il Re era appena fuggito, l’Abruzzo si ritrovava ad essere un grande campo di battaglia, spaccato lungo la linea Gustav che, attraverso Castel di Sangro, divideva in due l’Italia: da una parte il sud già conquistato dagli Alleati e dall’altra il centro-nord, ancora occupato dalle truppe nazifasciste che avevano dichiarato il Paese “territorio di guerra”, minacciando qualsiasi tipo di opposizione con dure rappresaglie.

L’Operazione Quercia, avvenuta proprio quel 12 settembre, aveva liberato Benito Mussolini dalla sua prigionia sul Gran Sasso, a Campo Imperatore: le truppe tedesche erano quindi riuscite a raggiungere L’Aquila, dove il 14 settembre avevano allestito un Platzkommandantur, un “comando di piazza” davanti alla Basilica di Collemaggio, imponendo a tutti i giovani idonei al combattimento di registrarsi.

La minaccia di essere deportati o costretti ad arruolarsi forzatamente spinse moltissimi di questi giovani a fuggire verso le zone limitrofe della città: Paganica, Arischia, Ocre, Lucoli, e altre zone di montagna in cui nascondersi dagli invasori ospitarono centinaia di partigiani. Una quarantina di loro decise di allontanarsi da L’Aquila con l’intenzione di valicare il Gran Sasso e raggiungere Ceppo in località Bosco Martese dove il 25 settembre, 1600 partigiani avrebbero costretto i tedeschi alla ritirata in quella che è ricordata come la primissima battaglia partigiana nel territorio italiano.

La sera del 22 settembre il gruppo, dopo aver preso con sé delle armi (moschetti, pistole, bombe a mano e munizioni), raggiunse Collebrincioni, luogo deputato all’incontro con il colonnello Gaetano D’Inzillo, padre di una delle vittime e coordinatore delle truppe partigiane locali. Da lì avrebbero poi tutti insieme raggiunto il teramano, per unirsi agli altri.

La storia, come purtroppo sappiamo, andò diversamente.

All’alba del 23 settembre le truppe tedesche iniziarono il rastrellamento di alcuni prigionieri alleati, fuggiti dal carcere delle Casermette, proprio nelle zone del Convento di San Giuliano.

I quaranta giovani, cercando di sfuggire ai soldati tedeschi che avevano scoperto il loro nascondiglio, si dispersero nella zona. Ma non bastò: a seguito di una sparatoria uno di loro, Umberto Aleandri, rimase ferito. Nonostante le sue esortazioni affinché i compagni fuggissero per salvarsi, dieci di quei ragazzi restarono lì per prestargli soccorso. I soldati tedeschi li raggiunsero e, trovandoli in possesso di armi, li presero prigionieri, portandoli all’attuale caserma Pasquali.

Non venne istruito alcun processo.

Non venne concessa alcuna attenuante.

Non fu permesso ai giovani di vedere i familiari, accorsi in caserma appena dopo aver saputo cosa fosse successo.

I dieci ragazzi, Stefano Abbandonati, Anteo Alleva, Pio Bartolini, Francesco Colaiuda, Fernando Della Torre, Berardino Di Mario, Bruno D’Inzillo, Carmine Mancini, Sante Marchetti e Giorgio Scimia, tutti fra i 17 e i 21 anni, vennero sin da subito considerati franchi tiratori e condannati a morte.

Solo Stefano Abbandonati si salvò, sia in quanto invalido a un braccio, sia perché il console Silvio Masciocchi, per il quale  la madre del giovane lavorava, riuscì a intercedere per lui.

Alle 14:30 del 23 settembre 1943 i nove ragazzi, costretti a scavare due fosse nelle quali sarebbero stati gettati dopo la fucilazione, vennero giustiziati con dei colpi alla nuca da un plotone di fascisti e nazisti.

La memoria e la storia: le ombre sulla vicenda dei IX Martiri

L’eccidio venne inizialmente occultato dai nazifascisti, che aiutarono a far circolare la voce secondo cui i giovani sarebbero stati deportati. All’Arcivescovo Confalonieri venne concesso di benedire il luogo della sepoltura a patto che non rivelasse ad alcuno la morte dei ragazzi. Fu solo dopo la Liberazione che i resti dei Nove Martiri aquilani vennero riesumati e degnamente sepolti.

Cosa spinse questi ragazzi, appena adolescenti, a tentare un’impresa del genere? Solo l’istinto di sopravvivenza, la volontà di fuggire per evitare la leva obbligatoria? Lo storico e scrittore aquilano Walter Cavalieri, studioso della Resistenza, risponde così:

Contro questi uomini, che speranza avevano quei giovani male armati e con l’esperienza risibile dell’addestramento pre-militare? Fu quindi incoscienza? Fiducia eccessiva nella conoscenza del territorio? Esuberanza giovanile, spirito di avventura, impulsività? Personalmente credo che la loro azione temeraria possa essere stata dettata soprattutto dalla fiducia derivante dall’esistenza di una regia militare. D’altra parte, ovunque in Italia la Resistenza porta, prima ancora dei colori dei partiti, le stellette di quei soldati che non avevano voluto piegarsi al disonore.

Ma sulla vicenda ci sono, ancora oggi, degli aspetti ancora da approfondire. Una delle domande più pressanti è come avrebbero fatto i nazisti a scoprire dove si stessero nascondendo i giovani. Fu solo un colpo di fortuna averli trovati con delle armi?

La maggior parte delle fonti concordano sul fatto che i partigiani sarebbero stati consegnati alle autorità in cambio di denaro. Di questo avviso è anche Pina Alleva, sorella di Anteo, il più giovane dei Martiri aquilani, che in un’intervista dello scorso anno commentava:

I tedeschi sapevano con certezza dove si trovavano i Nove, perché un fascista aquilano aveva fatto la spia, guidando le truppe nemiche per i sentieri di Collebrincioni in cambio di una somma in denaro, usanza di quel tempo, in pratica vendevano i loro stessi concittadini”.

Il clima che si respirava all’Aquila in quei giorni non era disteso. Come ricorda Cavalieri, dagli anni ‘50 “questa pagina di storia iniziò a essere minimizzata se non addirittura ridicolizzata e la Città prese a giudicare la tragica disavventura di quei giovani poco più di una ragazzata”.

Le mamme dei Nove ragazzi non potevano uscire più di casa”, ha ricordato ancora Pina Alleva, “venivano insultate dagli stessi aquilani, fascisti e non, si era creata una sorta di odio verso i partigiani e verso le loro famiglie, erano considerati traditori, loro che hanno combattuto per liberare la città e gli stessi cittadini”.

Nel 1947 venne istruito un processo proprio riguardo l’eccidio dei Nove Martiri aquilani. Gli atti relativi al procedimento, però, sono ancora coperti da segreto di Stato e dovremo attendere ancora molto per poter chiarire gli aspetti più controversi di questa vicenda.

Ma quello che è certo che nove giovani, nove ragazzi poco più che adolescenti sono morti, insieme a tanti altri, per garantirci la libertà di vivere in uno stato democratico.

Ne sono state dette tante, ma la storia non è come la vogliono raccontare, non è stata una bravata, non sono stati usati o mandati a morire per nulla”, ha concluso Pina “loro credevano in quello che facevano, i Nove Martiri sono morti per L’Aquila e per l’Italia”.

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